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“Aspettando il 112”, nella storia di Gesco un pezzo della Napoli degli ultimi trent’anni

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presentazione aspettando il 112NAPOLI – “Ricordate cose diceva, nel romanzo di Baricco, quel pianista nato e vissuto su una nave senza mai scendere? Che nella vita le persone vere hanno una bella storia da raccontare”. Aspettando il 112. L’azzardo, l’impegno, i dubbi: un racconto di Sergio D’Angelo (edizioni Homo Scrivens) è una bella storia. Quella della nascita e dell’evoluzione di Gesco, narrata dal suo fondatore e attuale direttore, Sergio D’Angelo, intervistato da due personaggi che “come lui, hanno contribuito a costruire il welfare a Napoli” – scrive Ida Palisi nella prefazione –, Giovanni Attademo e Mario Petrella, l’uno sociologo ed ex dirigente del Comune di Napoli, l’altro psichiatra e a lungo dirigente Asl.

IL “PAZZO” – L’idea del libro prende forma quasi per caso, mentre Mario e Giovanni, passeggiando per Via Caracciolo, leggono un articolo su Repubblica dedicato all’iniziativa di Gesco “Spazzacammino”, che impiega le persone senza fissa dimora nella pulizia delle strade: «Una lettura che mi aveva fatto intravedere ancora una volta la visionarietà di questo “pazzo” che è Sergio D’Angelo», ha spiegato Petrella durante la presentazione del volume all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, il 5 maggio. Così affiora in lui il desiderio di coinvolgere l’amico in una chiacchierata informale, per conoscere il percorso che ha portato alla fondazione, nel 1991, di quello che sarebbe diventato in seguito il più importante gruppo di imprese sociali del Sud Italia, e ai suoi sviluppi successivi, fatti di successi e di fatica, di traguardi e di ostacoli.

AUTOFICTION – Il metodo narrativo è quello dell’autofiction, con una riflessione individuale che emerge attraverso un’intervista aperta, «resa possibile – ha aggiunto Attademo – perché io, Sergio e Mario ci conoscevano da tempo e abbiamo fatto questo percorso assieme». A venir fuori è soprattutto la voce dei tanti operatori, educatori, formatori che hanno contribuito a scrivere un pezzo del vissuto napoletano degli ultimi trent’anni, con il ricordo di ciò che è stato fatto, ma con lo sguardo rivolto al futuro: «Vi raccontiamo come sono andate le cose – ha sottolineato lo stesso D’Angelo – ma proviamo soprattutto a dirvi quello che ancora c’è da fare». Accompagnato da una pacata ironia, Aspettando il 112 è un lavoro che, secondo il filosofo Gennaro Carillo, «andrebbe fortemente consigliato nelle scuole, perché veicola un forte senso di bellezza che merita di diventare oggetto di emulazione».

di Paola Ciaramella

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