“Una casa non a caso”, il tema dei senza fissa dimora nel saggio di Gennaro Ponte

Negli ultimi anni l’attenzione ai senza fissa dimora e alla marginalità sociale, prima fra tutte quella dei clochard, è sempre più crescente. Lo dimostrano le linee nazionali di indirizzo al contrasto della grave emarginazione, pubblicate nel 2015, e la nascita di molti servizi di pronto intervento sociale sugli ambiti territoriali di tutta Italia. A Napoli e nella città metropolitana, stando all’ultima rilevazione statistica dei servizi in strada della Comunità di Sant’Egidio del gennaio 2019 – i senza fissa dimora sono circa duemila. Abbiamo approfondito il tema con il dottor Gennaro Ponte, autore di un recente saggio dal titolo “La casa non a caso – Ritornare persona dopo la povertà” (Santelli editore).

Abitare è un diritto o può essere una scelta personale?

Abitare è una scelta ricevuta e inevitabile, nel senso che  non è una decisione ma una condizione, poiché noi umani, sin dalla nascita, siamo chiamati ad abitare il mondo. Ad un certo punto, inevitabilmente, dobbiamo conferire un senso e una forma agli spazi che occupiamo ed è lì che l’abitare viene a configurarsi come attività che esprime la soggettività. Avere una casa, sì, è un diritto sociale, dal mio punto di vista.

Sin dall’inizio del libro, lei chiarisce il modo in cui ha intenzione di trattare il tema parlando dell’approccio delle capacità. Ci spiega meglio?

L’approccio delle capacità è una teoria molto utile a chi voglia ragionare sul benessere, sulle politiche, ma anche sulle potenzialità a volte inespresse delle nostre vite. Il Capability Approach indica la strada da seguire per far sì che l’essere umano possa acquisire potere sulla propria vita e fuoriuscire dalla marginalità e, al contempo, chiama i decisori pubblici ad attivarsi affinché siano garantiti agli individui beni primari come la vita, la salute, l’integrità fisica e l’immaginazione.

Nel saggio si sofferma a parlare dell’housing frist. Ce lo illustra nel dettaglio?

Housing First è una politica sociale tesa a contrastare la grave emarginazione degli adulti. Nata negli Stati Uniti nel 1992 si è diffusa in molti paesi europei, tra i quali Svezia, Francia, Spagna, Inghilterra ed Italia. Poggia sull’assunto che la casa sia un diritto umano di base e non un premio ottenuto dalle persone senza dimora dopo aver raggiunto altri obiettivi come l’astinenza da sostanze, la capacità di gestire il denaro e la risposta positiva a trattamenti terapeutici. Grazie a questo modello molti senza dimora riescono ad essere agganciati dagli operatori sociali, e ad accedere ad alloggi permanenti. I principi cardine su cui poggia sono: accesso immediato alla casa senza condizioni, autodeterminazione, orientamento al recupero, indipendenza tra il possesso di una abitazione e l’obbligatorietà di trattamenti sanitari, supporti personalizzati, flessibili e guidati dalla persona, riduzione del danno, coinvolgimento attivo e non coercitivo, integrazione sociale e soprattutto all’interno della comunità. L’Housing Frist sta dando buoni risultati nel fronteggiare la povertà estrema.


Interessanti sono alcune esperienze di progetti di inclusione dei senza fissa dimora sparse per lo Stivale. Quali tra quelli segnalati le è piaciuto di più e perché?

Più che evidenziare un’esperienza di quelle citate nel saggio, mi soffermerei su due considerazioni: la prima è che l’HF è una politica di assemblaggio, visto che si adatta ai contesti e ai territori in cui viene proposta; la seconda è che questa policy è stata sviluppata in varie città su un target diverso e su un problema diverso (alcolismo, salute mentale, dipendenza da sostanze), dunque, è uno strumento poliedrico. Per fortuna in Italia una parte di enti locali è interessato da progetti di HF e ciò testimonia il graduale passaggio da un approccio orientato alle prestazioni standardizzate ad uno orientato a prestazioni basate sulle scelte, sulle qualità, sulle specificità dei singoli.

di Ornella Esposito