Migranti valore aggiunto per l’industria manifatturiera

ROMA – «Nelle provincie italiane in cui è raddoppiata la presenza dei migranti tra 1995 e 2006 c’è stato un aumento del valore aggiunto della manifattura tra il 13 e il 19 per cento rispetto a quello dei servizi»: è il dato emerso dallo studio “Migration, Labor Tasks and Production Structure” realizzato da Giuseppe De Arcangelis del dipartimento di Scienze sociali dell’Università la Sapienza di Roma con Edoardo Di Porto dell’Università di Napoli Federico II e Gianluca Santoni del Cepii di Parigi. E’ quanto si apprende dall’Agenzia giornalistica Redattore Sociale. «Dai dati dell’Isfol emerge che l’immigrazione non ha provocato una modifica del rapporto tra salari nella manifattura e nei servizi – spiega De Arcangelis – tuttavia si rileva che l’afflusso di manodopera, cresciuta di 3-4 volte nel periodo considerato, ha determinato in alcune provincie una modifica della struttura produttiva. Sono stati favoriti i settori che usano in maniera intensiva mansioni semplici, come il manifatturiero rispetto ai servizi che richiedono competenze avanzate in termini di conoscenza della lingua e istruzione», afferma il professore de La Sapienza. L’aumento dei migranti considerato dallo studio è avvenuto a cavallo del 2000 in corrispondenza dell’introduzione dell’euro – sottolinea De Arcangelis – cosa che potrebbe aver aiutato a non peggiorare la situazione produttiva», mentre l’industria italiana perdeva competitività a causa dal nuovo cambio fisso. La ricerca evidenzia che il rafforzamento del settore manifatturiero rispetto a quello dei servizi è stato favorito dall’aumento della disponibilità di lavoratori con competenze basse dal punto di vista delle conoscenze linguistiche e del grado di istruzione. Le informazioni sugli immigrati provengono dall’analisi dei permessi di soggiorno a livello provinciale. La ricerca, si legge ancora sull’ Agenzia giornalistica Redattore Sociale,   si inserisce nel filone aperto dal precedente studio “Immigration, Jobs and Employment Protection” di Francesco d’Amuri della Banca d’Italia e di Giovanni Peri dell’Università della California, pubblicato nel Journal of European Economic Association, che aveva mostrato come il raddoppio dei lavoratori stranieri tra 1996 e 2010 in 15 paesi europei tra cui l’Italia, non ha fatto perdere il lavoro ai nativi ma li ha spostati verso occupazioni più qualificate. Il nuovo studio, che considera il solo territorio italiano, mostra che non solo i lavoratori stranieri non hanno sostituito gli italiani nelle loro mansioni ma hanno provocato una modifica della struttura industriale del Belpaese a favore della manifattura rispetto ai servizi più avanzati.

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