Consumare con spirito critico: intervista a Mirko Gallo, fondatore dell’associazione Le Tribù

L’associazione Le Tribù nasce nel 2004 per sostenere gli ideali del commercio equo e solidale, un consumo più sobrio delle risorse e l’agricoltura biologica “con la continua convinzione che l’acquisto di un prodotto in commercio porta con se’ tutta una serie di cambiamenti e può condizionare alla lunga anche le sorti di piccoli paesi e globalmente dell’intera terra” come si può leggere sul sito. Mirko è uno dei fondatori e oggi si occupa della promozione dei prodotti e degli aspetti progettuali delle attività dell’associazione.

Potresti chiarire i motivi che vi hanno spinto a sostenere questo tipo di produzione?

L’intento è quello di combattere lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo che c’è e continua ad esserci nonostante negli anni ci siano stati vari patti tra aziende importanti in mercati come quello del cioccolato o del caffè. E’ risaputo che i primi ad essere sfruttati, soprattutto in quei paesi, sono i bambini. Noi sosteniamo i lavoratori di quei paesi per far sì che le loro attività siano svolte con un’adeguata retribuzione e senza finire nelle mani di usurai.

Quindi sostenete solo le attività nei Paesi in via di sviluppo?

No. Lo stesso concetto deve essere trasportato sulle economie locali, contro il caporalato, a favore di economie contro l’illegalità, che permettono lo sviluppo sociale, e non accrescono solo le tasche dei singoli.

Che tipo di prodotti promuovete?

I prodotti promossi vanno dall’artigianato all’alimentare, dal vestiario, alla cosmesi. Consideriamo, ad esempio, tutti quei prodotti per cui c’è un boom, come l’olio di argan, in questi casi peggiorano le condizioni del lavoro, si abbassano i salari, e qui interviene il commercio equo che garantisce sempre degli standard più alti.

Ma com’è la domanda sul mercato?

Sicuramente negli ultimi anni abbiamo riscontrato anche un calo delle vendite a causa della confusione tra Commercio equo e prodotti biologici. Poi le piccole botteghe sono state sopraffatte da marchi come FairTrade e poi gioca moltissimo il fattore prezzo: i prodotti equo e solidali costano un po’ di più. Il punto è proprio questo, si dovrebbe puntare ad un consumo ridotto, ma più consapevole. C’è una consapevolezza diffusa su che cosa sia il commercio equo anche se la situazione è in continua evoluzione, oggi purtroppo accade che ognuno si costruisce una propria certificazione dei prodotti equo-solidali, ognuno privilegiando magari dei criteri. Consideriamo FairTrade, secondo quanto riportato da Report, non tutti i ricavi finanziano attività legate al sostegno dei progetti, ma spesso sono investiti in macchinari. A mio parere non si dovrebbe perdere d’occhio l’obiettivo che è quello di ridurre la povertà, che potrebbe portare a condizioni di vita tali da non creare continui flussi dai paesi di provenienza, e ridurre il fenomeno dell’immigrazione.

Avete organizzato un festival per promuovere il consumo critico a Torre Del Greco. Che riscontro avete avuto?

Per quanto riguarda il festival c’è stata abbastanza partecipazione, soprattutto tra i già sensibilizzati. Abbiamo contato almeno un centinaio di persone. La maggior parte da Torre Del Greco, qualcuno da Napoli, qualcuno dal Cilento, qualcun altro persino dall’Abruzzo. C’erano artigiani che, durante un laboratorio, hanno costruito sul momento prodotti in legno. C’erano stand di prodotti biologici, associazioni che hanno partecipato a processi di produzione nelle terre confiscate. Molti giovani, spinti dalle insegnanti, hanno contribuito alla riuscita del festival come volontari. Questa è una speranza perché l’associazione va rinnovata, abbiamo bisogno di nuove idee ed energie.

Quindi siete in cerca di volontari?

Decisamente, avremmo bisogno di trasmettere le nostre conoscenze a ragazzi più giovani e volenterosi, disposti a sostenere il progetto e in generale pronti a supportare questo tipo di economia, che è l’unica strada possibile per una reale lotta alle disuguaglianze. Bisognerebbe passare ad un’economia che abbia una progettualità, considerare che la mia spesa non è altro che un investimento, che sia una scarpa o un deposito in banca, con la mia scelta divento complice di un’ attività portata avanti da quella persona, quell’ente, quella banca.

di Lea Cicelyn