“Uscire dal silenzio”, dieci donne vittime di violenza lavoreranno in un bene confiscato

NAPOLI – Nel nostro Paese una donna su tre, tra le vittime di violenza, ha subito l’aggressione dal proprio coniuge o compagno (Fonte: Istituto Superiore di Sanità). Per uscire dalla spirale dei soprusi domestici non basta denunciare, servono percorsi che accompagnino le vittime verso l’acquisizione dell’autonomia e dell’indipendenza economica. Va in questa direzione il progetto “Uscire dal silenzio”, presentato alla Fondazione Banco di Napoli, alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che ricorre il 25 novembre. Promosso dal Consorzio Terzo Settore e attuato dall’associazione Sott’e’ncoppa, coinvolgerà dieci donne provenienti da contesti di violenza nella gestione di un Gruppo di Acquisto Solidale, in un’ottica di emancipazione dalle condizioni di vita in cui si trovano. Una rinascita simboleggiata anche dal luogo in cui prenderà forma il progetto: la Masseria “Antonio Esposito Ferraioli” di Afragola – chiamata così in memoria del cuoco e sindacalista di Pagani, vittima innocente della criminalità –, un terreno di dodici ettari che rappresenta il più grande bene confiscato della Città Metropolitana di Napoli.  Testimonial di eccezione è l’attrice Miriam Candurro, “Serena” nella popolare soap di Raitre Un posto al sole, che con il suo personaggio ha affrontato il tema degli abusi all’interno della serie.

Formazione e lavoro – “Uscire dal silenzio” è nato in collaborazione con la CGIL e la FLAI CGIL di Napoli, coinvolte nella gestione della masseria e nel processo di riscatto delle beneficiarie attraverso la formazione e il lavoro, ed è finanziato grazie al contributo di Costa Crociere Foundation, che ha appoggiato la causa mostrando il proprio impegno «per costruire comunità più forti e più sane, affrancando dalla povertà e dalla violenza le persone più colpite, quali le donne, soprattutto al Sud», come ha sottolineato il Segretario Generale Davide Triacca. «Il progetto partirà con un bando aperto sia alle donne prese in carico dai centri antiviolenza che a quelle che vivono situazioni di difficoltà e che ci potranno essere segnalate dai servizi sociali – ha spiegato Giovanni Russo, Presidente dell’associazione Sott’e’ncoppa –. Selezioneremo venti donne che, dall’inizio del prossimo anno, parteciperanno a un corso di formazione della durata di nove mesi sulla gestione di un’impresa sociale, acquisendo consapevolezza sugli strumenti finanziari a cui si può accedere», sugli aspetti legali dell’impresa, la redazione del business plan, la gestione di un sito di e-commerce e sull’organizzazione di una rete di promozione e distribuzione di prodotti provenienti dall’azienda agricola o da altri fornitori del territorio. Tra queste, «dieci costituiranno, dal secondo anno, il Gruppo di Acquisto Solidale per dare l’avvio alla distribuzione della produzione orticola della masseria. L’idea è di renderle il braccio operativo del bene confiscato».

L’importanza di essere autonome – «In Campania la povertà e l’occupazione femminile molto bassa fanno rimanere le donne in famiglia nonostante le violenze subite – ha detto Deborah Divertito della cooperativa Sepofà, moderatrice della mattinata –. Si tratta di un fattore che non fa emergere il dato reale della violenza intrafamiliare, perché una donna che non è economicamente indipendente tende a restare intrappolata nella figura della vittima e a non denunciare, a maggior ragione se ha figli. Le donne che provengono da contesti disagiati e non sono sostenute dalle famiglie di origine hanno bisogno di possibilità concrete di inserimento professionale, o torneranno sempre dal carnefice». Il Consorzio Terzo Settore si occupa da quindici anni di sostegno psicologico e legale alle vittime attraverso i Centri Antiviolenza Lilith: «Oggi abbiamo la consapevolezza che questo non è più sufficiente – ha aggiunto il Presidente Gerardo Luongo –. L’accesso al mondo del lavoro è uno degli strumenti per permettere alle donne di riappropriarsi delle loro vite e iniziare un vero percorso di autodeterminazione», senza il quale non si può pensare di interrompere il circuito dei maltrattamenti.

di Paola Ciaramella

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