Acqua all’arsenico nella Tuscia: la scommessa di Bagnoregio

 bagnoregioVITERBO –  Bagnoregio sarà tra i primi comuni dell’Alto Lazio a beneficiare dell’acqua dearsenificata. È quanto promesso dal sindaco di questo comune della provincia di Viterbo, noto ai più per essere patria del filosofo San Bonaventura, citato da Dante nei suoi canti, e conosciuto nel mondo per il suo far da anello di congiunzione con Civita di Bagnoregio, perla della Tuscia e borgo medievale candidato a patrimonio dell’Unesco. Ma la bellezza di tali luoghi non deve nascondere i problemi. Purtroppo la Tuscia e l’acqua all’arsenico mostrano un legame annoso e dannoso per la salute dei cittadini che sottovalutano i rischi a cui sono sottoposti. Un’informazione edulcorata nel tempo dalle istituzioni ha quasi convinto la gente che “quest’acqua è sempre stata bevuta e tutto sommato sinora non ha fatto male a nessuno”. Difficilmente si ha un’altra risposta, a qualsiasi persona ci si rivolga, qualunque sia l’età o l’estrazione sociale. Eppure l’arsenico (as), semi-metallo molto diffuso in natura, è altamente nocivo per la salute. Per l’uomo la principale fonte di esposizione è rappresentata dall’assunzione di acqua potabile contaminata. Studi condotti in popolazioni con esposizioni croniche ad arsenico hanno documentato effetti negativi su esiti riproduttivi, malattie neurologiche, cardiovascolari, respiratorie, diabete e tumori. L’arsenico è stato classificato dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) come cancerogeno per l’uomo (tipo 1) ed alcune specifiche sedi tumorali tra cui il polmone, la cute e la vescica, sono risultati associati ad una esposizione ad arsenico per via inalatoria o attraverso l’acqua potabile. La concentrazione massima di arsenico nell’acqua potabile è stata fissata a 10 μg/L dall’OMS e dalla Direttiva 98/83/CE. Livelli di arsenico più elevati rappresentano un rischio per la salute in modo strettamente dipendente dalla durata dell’esposizione e dallo stato nutrizionale della popolazione esposta (Rahman & Naidu, 2009). In diversi comuni italiani, tra cui 91 situati nella Regione Lazio, è stato dichiarato nel 2010 lo stato di emergenza poiché i valori di arsenico nelle acque potabili sono maggiori di 10 μg/L. A Bagnoregio, a quanto pare, si è trovata una soluzione senza scendere a troppi compromessi. Ma la vicenda mostra alcuni lati poco trasparenti.

L’ANNUNCIO – «Il 15 settembre da contratto avremo tutti i pozzi e le sorgenti dearsenificate». Lo annuncia il sindaco Francesco Bigiotti, il quale conferma che «la Regione Lazio ha già stanziato i finanziamenti  che ammontano a circa 1.600 mila euro per i dearsenificatori localizzati presso la Fonte del Pidocchio, la sorgente di Capita e il pozzo di Campolungo», dove è stato previsto anche un potenziamento dei serbatoi per evitare l’annoso problema della mancanza estiva di acqua. Stefano Bizzarri, capogruppo di minoranza, mette in discussione tale promessa, ma prima di esporsi attende la data segnalata.

I DEARSENIFICATORI – Sono impianti che funzionano da filtri per le acque e possono essere installati negli acquedotti cittadini. La regione avrebbe dovuto cominciare a delineare una programmazione senza ridursi agli ultimi giorni delle deroghe europee (l’ultima è scaduta il 31 dicembre 2012). Si è rimandato il problema per dieci anni. La legge europea che fissa i limiti di arsenico è del 1998, in Italia è in vigore dal 2001, operativa dal 2003. In questi anni la Regione Lazio ha chiesto tre deroghe, il massimo consentito. Le deroghe dovevano servire a risolvere il problema non a ritardarlo.

IL COMUNE – «Ho avuto tre minacce di commissariamento – racconta Bigiotti – perché sono fuori legge in quanto avrei dovuto cedere già il servizio idrico a Talete, gestore unico designato per la Tuscia. Scelta che non ha nulla a che fare con la vicenda dell’arsenico, bensì nasce perché la legge Galli impone ai comuni di unificare con unico gestore il servizio idrico e quello dello smaltimento delle acque. Il comune di Bagnoregio non cedendo la gestione a Talete, risulta fuori legge. Il sindaco Bigiotti segue questa linea sia per i costi che sarebbero maggiorati sia perché non ci sarebbe un pronto intervento visto che Talete ha due squadre per tutta la provincia, oltre ad un problema debitorio, quindi la garanzia di stabilità nella manutenzione degli impianti non ci sarebbe stata a detta del sindaco. «L’acqua costerebbe cinque volte di più dal primo giorno. Nei nostri comuni ha un costo di 0,24 centesimi al metro cubo in I fascia e 0,49 in II fascia. Se una famiglia a Bagnoregio oggi paga in media 50 euro di acqua l’anno, ne pagherebbe 250, 300 con Talete».

ANALISI DELLE ACQUE –  Il sindaco confida i suoi dubbi anche per quanto riguarda le analisi delle acque. «La Asl impone di prendere in considerazione le analisi realizzate dai laboratori dell’Arpa, uniche ad essere pubblicate – prosegue Bigiotti. Quando ho richiesto le analisi delle acque da laboratori certificati, la nostra acqua è risultata potabile. Si presenta dunque un dualismo tra gli enti preposti. Ci sarebbe da approfondire la modalità con cui vengono effettuate le analisi, visto che la stessa acqua, della stessa fonte, nello stesso periodo per i laboratori contattati dal comune presenta 10 μg/L di arsenico, mentre le analisi Arpa registrano 14 μg/L, il 40% di scostamento. I dubbi sono leciti». Nel frattempo, l’unica acqua potabile è “a pagamento” ed è quella erogata dalle fontanelle delle casette, palliativi temporanei, gestite da privati e distribuite una ogni 2500 abitanti. Non pochi i disagi. Da due giorni, infatti, a Bagnoregio le casette sono fuori servizio, quindi i cittadini sono costretti a bere acqua non potabile. Il divieto d’uso dell’acqua corrente riguarda la cottura e la preparazione di alimenti (per es. la pasta, che al momento della bollitura alza i livelli di arsenico) e bevande (per es. caffè, te), è escluso il lavaggio di frutta e verdura sotto flusso d’acqua, se si utilizza l’acqua potabile per l’ultimo risciacquo; è vietata per le pratiche di igiene quali il lavaggio dei denti e del cavo orale. Invece, è consentito l’uso dell’acqua non potabile solo per igiene personale (es. doccia) tranne nei casi di presenza di specifiche patologie cutanee (eczema, patologie cutanee a rischio anche di tipo evolutivo o degenerativo).

LE FASCE PIÙ DEBOLI –  Paola Celletti dell’USB (Unione sindacale di base) di Viterbo combatte da anni per l’installazione di dearsenificatori alla fonte. Trova oscena la fila alle casette per prendere l’acqua come nei periodi di guerra, e aggiunge che «questo sistema esclude disabili, anziani e donne in maternità. Si è registrata una non adeguata informazione alla popolazione. Dal 2001 esiste una legge che impone la dearsenificazione dell’acqua ed abbiamo beneficiato sinora di proroghe. Solo un anno e mezzo fa è iniziata un’informazione a tappeto. I primi a lanciare l’allarme sono stati i medici per l’ambiente. Inoltre, non esistono pubblicazioni dei dati per il controllo delle acque distribuite dalle casette. Il livello di arsenico è variabile anche dalle condizioni climatiche. Sappiamo solo che è un cancerogeno certo. E la sua concentrazione dovrebbe essere zero. Dunque la priorità diventa il rifornimento a fasce deboli prima dei dearsenificatori e gli sgravi fiscali per chi si è dotato del dearsenificatore», anche in qualità di titolare di attività commerciale. Bar, ristoranti, panifici, oleifici hanno dovuto munirsi di dearsenificatori uscendo di tasca propria circa 2 mila euro. Non erano obbligati, seppure la Asl avrebbe potuto sanzionarli in seguito ad un controllo in cui si riscontrava l’assenza dei macchinari. Un mercato su cui è facile speculare. Acquistando, infatti, direttamente dai produttori per conoscenza c’è chi è riuscito ad acquistare i dearsenificatori a soli 200 euro. Tuttavia, stando alla voce del sindaco, Bagnoregio sarà tra i primi comuni a riavere tra pochi giorni l’acqua potabile. Saranno operativi gli impianti di Campo Lungo, dove i macchinari provengono dall’America, e quelli della Fonte del Pidocchio, che serve il centro storico cittadino e Civita di Bagnoregio. Per entrambi sono stati spesi in toto 800 mila euro; idem per i dearsenificatori di Capita, ovvero l’impianto più grande che serve anche i comuni di Castel Cellesi e Civitella d’Agliano. Bigiotti aveva trovato le risorse in proprio sul bilancio del comune con spese inferiori alle suddette, ma l’Ato (Ambiti territoriali ottimali) ha dato il diniego, altrimenti già da due anni le acque di Bagnoregio sarebbero state dearsenificate prima della scadenza delle deroghe regionali. Questo è accaduto perché non sono previsti interventi isolati. «Ma non sarebbe cambiato nulla – sottolinea Bigiotti – come si è verificato in altri comuni quali Tarquinia». Il paradosso è che la regione sta sanzionando attualmente quei comuni che hanno ancora l’acqua non dearsenificata, nonostante esista una sentenza che ha decretato la responsabilità diretta della regione sui fatti in questione: il Lazio ha rispedito indietro i finanziamenti che la comunità europea aveva stanziato e che ammontavano a 25 miliardi di euro.

SOLUZIONI ALTERNATIVE –  Vincenzo Piscopo, docente di geologia applicata all’Università degli Studi della Tuscia spiega che «l’arsenico nelle acque sotterranee è legato in quest’area a motivi naturali. È un territorio vulcanico con un flusso di calore anomalo che permette la mobilizzazione dell’arsenico nelle acque. Per lui un contributo alla soluzione per i comuni più piccoli del viterbese sarebbe utilizzare le falde sospese, cioè le sorgenti in superficie, dove l’arsenico ha una concentrazione più bassa».

RAPPORTO SULLA SALUTE –  Il Dipartimento Epidemiologico regionale è stato incaricato di coordinare un’indagine per valutare possibili gli effetti di una esposizione cronica ad As nella popolazione residente nei 91 comuni laziali, e di effettuare uno studio di bio-monitoraggio su un campione della popolazione esposta. Nell’aprile 2012 è uscito il rapporto epidemiologico ordinato dalla regione Lazio dal titolo: “Effetti sulla salute in relazione alla contaminazione da arsenico nelle acque potabili nelle popolazioni residenti nel viterbese”. Nel rapporto si trova conferma di ciò che diversi medici denunciano da tempo: tumori del polmone, della vescica, ipertensione, patologie ischemiche, respiratorie e diabete. Tali risultati, che dovranno essere confermati da indagini più approfonditi, supportano necessità di interventi immediati. I medici non possono escludere che nei tanti pazienti ammalati di cancro ci sia una correlazione diretta con l’esposizione all’arsenico e che questo abbia giocato un ruolo importante, perché sono persone che vivono in queste zone. Tesi confermata da un dato: in quest’area si registra il 40% dei tumori in più rispetto alla media nazionale. C’è da aggiungere che oltre all’arsenico purtroppo il territorio è caratterizzato anche dal radon, un gas radioattivo di origine naturale che proviene prevalentemente da terreni con un elevato contenuto di uranio/radio quali tufi, pozzolane, alcuni graniti e rocce di origine vulcanica. Da studi dell’Organizzazione mondiale della Sanità, il radon rappresenta, dopo il fumo, la seconda causa al mondo di tumore polmonare. Il possesso della bellezza è prerogativaesclusiva della natura di questi luoghi, che pare si stia accanendo sull’uomo che la viveLa speranza è che presto si ritrovi un equilibrio.

 

di Mariangela Pollonio

 

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